venerd́ 27 marzo 2009

edilizia
Operazioni di Pulitura materiali  lapidei

I materiali lapidei rientrano nella categoria dei materiali a pasta porosa e come tali risentono particolarmente dell’azione disgregatrice operata dalle condizioni al contorno.

Operazioni di Pulitura materiali  lapidei

1.  GENERALITÀ
Prima di eseguire le operazioni di pulitura è opportuno attenersi a delle specifiche procedure al fine di salvaguardare l’integrità del materiale e, allo stesso tempo, prepararlo in modo da garantire l’efficacia, più o meno incisiva, dell’intervento.
Le operazioni preliminari comprendono:
- analisi puntuale e dettagliata della consistenza dei materiali da pulire al fine di avere un quadro esplicativo relativo alla loro natura, compattezza ed inerzia chimica;
- analisi dei prodotti di reazione, così da poter identificare la loro effettiva consistenza, la natura e la reattività chimica;
- preconsolidamento (preferibilmente reversibile), se si riscontra la necessità, del materiale prima di iniziare la pulitura;
- applicazione del sistema di pulitura prescelto su campionature di materiale;
- analisi dei risultati ottenuti sulla superficie campione prima di estendere le operazioni di pulitura a tutta la superficie.
Lo scopo che ogni operazione di pulitura, indipendentemente dal sistema prescelto, deve prefiggersi è quello di asportare dalla superficie ogni tipo di deposito incoerente in particolare modo quelli che possono proseguire il deterioramento del materiale.
La facilità o difficoltà dell’asportazione e, di conseguenza, il ricorso a metodologie più o meno aggressive, dipende strettamente dalla natura del deposito stesso:
- depositi incoerenti (particellato atmosferico terroso o carbonioso) che non risultano coesi con il materiale o derivati da reazione chimica, depositati per gravità, o perché veicolati dalle acque meteoriche, o di risalita (efflorescenze saline);
- depositi incoerenti (particelle atmosferiche penetrate in profondità, sali veicolati dall’acqua di dilavamento ecc.) che tendono a solidarizzarsi alla superficie del materiale tramite un legame meccanico non intaccando, però, la natura chimica del materiale;
- strato superficiale derivato dalla combinazione chimica delle sostanze esterne (volatili o solide) con il materiale di finitura; i prodotti di reazione che ne derivano sono, ad esempio, le croste (prodotti gessosi) e la ruggine (ossidi di ferro).
La rimozione dei depositi incoerenti presenti sul materiale che, a differenza delle croste, non intaccano la natura chimica del materiale, potrà essere eseguita ricorrendo a dei sistemi meccanici semplici facili da applicare come ad esempio: stracci, spazzole di saggina, scope, aspiratori ecc. integrati, dove il caso specifico lo richiede, da bisturi piccole spatole e lavaggi con acqua; invece nel caso in cui si debbano asportare depositi solidarizzati con il materiale, sarà conveniente ricorrere a dei cicli di pulitura più consistenti come, ad esempio tecniche di pulitura a base d’acqua, pulitura con impacchi acquosi o con sostanze chimiche, pulitura meccanica, pulitura mediante l’uso di apparecchi aeroabrasivi, sabbiatura controllata ecc..
Ogni qualvolta si utilizzeranno sistemi di pulitura che implicheranno l’uso di considerevoli quantitativi d’acqua (spray di acqua a bassa pressione, idropulitura, acqua nebulizzata, acqua atomizzata ecc.) dovrà essere pianificato in sede di cantiere, prima di procedere con l’intervento, il sistema di raccolta e di convogliamento del liquido e dovrà essere prevista la protezione (mediante l’utilizzo di teli impermeabili) delle parti che, non essendo interessate dall’operazione di pulitura (serramenti, vetri ecc.), potrebbero essere danneggiate durante la procedura.
Ogni procedura di pulitura, in special modo se caratterizzata dall’utilizzo di prodotti specifici anche se prescritti negli elaborati di progetto, dovrà essere preventivamente testata tramite l’esecuzione di campionature eseguite sotto il controllo della D.L.; ogni campione dovrà, necessariamente, essere catalogato ed etichettato; in ogni etichetta dovranno essere riportati la data di esecuzione, il tipo di prodotto e/o le percentuali dell’impasto utilizzato, gli eventuali solventi e di conseguenza il tipo di diluizione (se si tratterà di emulsioni ovverosia miscele di due liquidi rapporto volume/volume) o di concentrazione (se si tratterà di soluzioni cioè scioglimento di un solido in un liquido rapporto peso/volume) utilizzate, le modalità ed i tempi di applicazione.
2. SISTEMI DI PULITURA PER GLI ELEMENTI LAPIDEI
I materiali lapidei rientrano nella categoria dei materiali a pasta porosa e come tali risentono particolarmente dell’azione disgregatrice operata dalle condizioni al contorno.
La superficie, generalmente lavorata, a contatto con gli agenti atmosferici è sottoposta ad una serie di lente trasformazioni chimiche-fisiche che portano, nel corso degli anni, alla formazione di una patina superficiale, non dannosa, una sorta di protezione naturale che si limita ad alterare solo l’aspetto cromatico del materiale. Attualmente, le sostanze inquinanti presenti nell’atmosfera ostacolano la formazione della patina attaccando direttamente i materiali lapidei favorendone la disgregazione e l’insorgenza di croste nere.
L’intervento di pulitura su questo tipo di materiali deve, principalmente, essere indirizzato ad eliminare la presenza di efflorescenze, croste nere, macchie ecc. che provocano il lento deterioramento della materia e, laddove è presente, conservare la patina naturale.
Le croste nere che ricoprono gli elementi lapidei, costituiscono un tipo di degrado che più di altri può alterare lo stato di fatto del materiale; oltre a mascherare le policromie, annullando l’originale gioco di luce e di ombre caratteristici degli apparati decorativi, costituiscono una fonte pericolosa di sali solubili e la loro persistenza fa sì che la superficie sia sempre a contatto con le sostanze inquinanti.
La presenza di croste nere può inoltre accentuare l’effetto di variazioni termiche, accelerare il fenomeno di esfoliazione degli strati superficiali della pietra provocando il distacco di frammenti.
3. PULITURA MEDIANTE SPRAY DI ACQUA A BASSA PRESSIONE
Tecnica particolarmente adatta quando si tratterà di rimuovere polveri e depositi solubili in acqua o non troppo coesi al substrato; indicata soprattutto per asportare depositi superficiali sottili legati con gesso o calcite secondaria, su materiali lapidei di natura calcarea e poco porosi. Sconsigliata in presenza di croste nere di spessore considerevole (1-3 mm) e contenenti percentuali di gesso elevate (tra il 20% e il 30%) poiché i tempi di applicazione troppo lunghi potrebbero recare danni al materiale.
La superficie da trattare sarà invasa da getti d’acqua a bassa pressione (2-3 atm) proiettati con l’ausilio di ugelli (simili a quelli comunemente usati negli impianti di irrigazione o in orticultura) indirettamente dall’alto verso il basso, in modo tale da giungere sul materiale in caduta.
L’acqua da impiegare in questi casi dipenderà dalla natura del materiale (anche se nella pratica si ricorre spesso all’acqua di rubinetto): in presenza di calcari teneri si useranno acque più dure, dove si riscontreranno problemi di solubilità di carbonato di calcio si impiegheranno acque a grana molto fine mentre, per graniti e rocce silicate si potrà utilizzare acqua distillata ovvero deionizzata (la produzione d’acqua deionizzata in cantiere avverrà tramite l’utilizzo di appropriata apparecchiatura con gruppo a resine scambioioniche di adeguata capacità).
Quest’operazione di pulitura, oltre all’azione chimica, svolgerà anche una moderata azione meccanica e dilavante, (dovuta al moderato ruscellamento), grazie alla quale gran parte dei sali solubilizzati potranno essere rimossi.
Importante è tenere presente che la quantità d’acqua da impiegare dovrà essere tale da non inumidire troppo la muratura (l’intervento non deve superare i 15-20 minuti consecutivi); inoltre, è consigliabile evitare i cicli di pulitura a base d’acqua nei mesi freddi così da evitare gli inconvenienti connessi sia all’azione del gelo sia alla lenta evaporazione, per questo la temperatura esterna non dovrebbe essere mai sotto i 14°C.
La pulitura dovrà procedere per porzioni limitate di muratura; nel caso questa tecnica sia utilizzata per la pulitura di materiali lapidei porosi si dovrà, necessariamente, ridurre al minimo indispensabile la quantità d’acqua in modo da riuscire ad evitare la movimentazione dei sali presenti all’interno del materiale.
Considerata la quantità d’acqua impiegata, prima di iniziare le operazioni di pulitura si dovranno mettere in atto le precauzioni enunciate all’articolo sulle generalità.
3.1. Pulitura mediante macchina idropulitrice a pressione controllata
L’idropulitura risulterà particolarmente adatta per effettuare lavaggi su delle superfici non di particolare pregio e soprattutto non eccessivamente degradate o porose poiché la pressione del getto (4-6 atm), in questo caso, potrebbe risultare troppo aggressiva e lesiva per il materiale ed implicare, sia l’eventuale distacco di parti deteriorate sia l’asportazione anche di porzioni sane di superficie.
La procedura prevederà l’esecuzione del lavaggio con getto di acqua, calda o fredda in riferimento alle indicazioni della D.L., emesso tramite l’ausilio di un ugello erogatore distante dalla superficie in una misura mai inferiore a 5 cm o superiore a 20 cm; si procederà con la pulitura dall’alto verso il basso per delimitate campiture, così da riuscire ad asportare velocemente lo sporco ed evitare la sua eventuale penetrazione (per percolamento) nelle parti inferiori, dopodiché si terminerà con un risciacquo dell’intera superficie.
Al termine delle operazioni di lavaggio è opportuno accertarsi che l’intervento non abbia provocato dei danni al materiale (erosioni, abrasioni ecc.) e che non siano presenti polveri trasportate verso il basso dal ruscellamento delle acque di lavaggio. Considerata la quantità d’acqua impiegata, prima di iniziare le operazioni di pulitura si dovranno mettere in atto le precauzioni enunciate all’articolo sulle generalità.

4. PULITURA MEDIANTE SPRAY D’ACQUA NEBULIZZATA
Un’alternativa alla pulitura con spray d’acqua deionizzata è la nebulizzazione del liquido tramite ugelli a cono vuoto (dotati di pinze posizionati a 30-40 cm dalla superficie) caratterizzati da un orifizio molto piccolo, (diametro tra i 0,41 e i 0,76 mm), che permette di invadere la superficie da trattare (obliquamente e quasi senza pressione) con una fitta nebbia di goccioline, del diametro di circa 1/10 mm.
Sostanzialmente le precauzioni da prendere saranno le stesse del metodo precedentemente illustrato, questo sistema sarà valido soprattutto per rimuovere incrostazioni costituite da composti parzialmente idrosolubili; l’acqua impiegata potrà essere deionizzata ed additivata con tensioattivi neutri allo scopo di diminuire l’angolo di contatto e, rispetto allo spray d’acqua, presenterà il vantaggio di accentuare l’azione diluente della pulitura chimica proprio grazie all’azione nebulizzante delle goccioline.
La nebulizzazione risulterà particolarmente adatta quando si tratterà di pulire pietre carbonatiche non troppo incrostate (meno adatta per pietre quarzo-silicatiche) e per interventi su calcari non troppo porosi, dove le sostanze da rimuovere non siano particolarmente tenaci, contrariamente, in presenza di depositi difficili da rimuovere, si completerà il ciclo di pulitura con impacchi o spazzole di saggina.
La pulitura dei materiali porosi con acqua nebulizzata dovrà ridurre i tempi d’irrorazione della superficie (così da evitare l’assorbimento d’acqua in profondità) ripetendo, se necessario, l’intervento più volte.
L’applicazione continua della nebulizzazione sulla superficie non dovrà, comunque, mai superare i 15 minuti consecutivi in modo da evitare che le murature s’impregnino eccessivamente (in condizioni “normali” il consumo d’acqua potrà essere valutato in 4 l/h per ugello).
Tra i vari cicli di pulitura dovranno intercorrere ampie pause così da consentire al materiale il completo prosciugamento. I tempi d’applicazione saranno comunque in funzione della consistenza dei depositi e della natura del materiale; su calcari teneri l’intervento potrà durare meno rispetto a quello operato su quelli compatti.
La pulitura mediante acqua nebulizzata si effettuerà in cantiere ricorrendo a specifica apparecchiatura e dovrà essere applicata, esclusivamente durante la stagione calda, mai con valori minimi della temperatura esterna inferiori a 17°C. Considerata la quantità d’acqua impiegata, prima di iniziare le operazioni di pulitura si dovranno mettere in atto le precauzioni enunciate all’articolo sulle generalità.
4.1. Pulitura mediante acqua atomizzata
Molto simile alla tecnica della nebulizzazione è la pulitura mediante acqua atomizzata con la differenza che, in questo caso, lo spruzzo d’acqua è costituito da goccioline ancora più piccole.
Mediante l’uso d’apposite camere di atomizzazione, infatti, l’acqua si ridurrà in un aerosol costituito da un numero elevato di finissime goccioline che fuoriusciranno da ugelli connessi ai lati delle camere mediante condutture flessibili; in questo modo aumenterà l’azione solvente dell’acqua nei confronti dei sali solubili e dei leganti delle croste nere, mentre diminuirà l’azione meccanica che si limiterà ad un debole ruscellamento sulle superfici sottostanti.
Si ricorrerà a questa tecnica ogni qualvolta si dovrà eseguire la pulitura su porzioni particolarmente delicate come: apparati decorativi, fregi, modanature ecc., e/o su superfici particolarmente degradate (decoese).
La pulitura mediante l’atomizzazione sarà in grado di asportare dalle superfici lapidee (anche porose), di natura carbonatica, parte dei sali solubili, i depositi polverulenti e/o carboniosi. I tempi di applicazione sono più lunghi di quelli previsti per la nebulizzazione. Considerata la quantità d’acqua impiegata, prima di iniziare le operazioni di pulitura, si dovranno mettere in atto le precauzioni enunciate all’articolo sulle generalità.
5. PULITURA MECCANICA
La pulitura meccanica di superfici lapidee, comprende tutta una serie di strumenti specifici il cui impiego è in stretta relazione al grado di persistenza delle sostanze patogene che si dovranno asportare.
Prima di procedere ad illustrare la gamma di utensili disponibili e le relative tecniche, è opportuno precisare che, la riuscita delle operazioni di pulitura meccanica, sarà strettamente connessa all’abilità ed alla sensibilità dell’operatore che dovrà prestare particolare attenzione a non arrecare danni irreversibili al materiale (incisioni o segni).
La pulitura meccanica consentirà la rimozione di scialbature, depositi ed incrostazioni più o meno aderenti alla superficie; a tal fine si potrà ricorrere a strumenti di vario tipo partendo dai più semplici come: spazzole di saggina o di nylon, bisturi, piccole spatole metalliche, sino ad arrivare ad utilizzare apparecchiature meccanizzate più complesse di tipo dentistico che, alimentate da un motore elettrico o pneumatico, consentiranno la rotazione di un utensile come ad esempio: microspazzolini in fibre vegetali o nylon (per asportare depositi più o meno aderenti), microfrese (atte all’asportazione di incrostazioni dure e di modeste dimensioni), micromole in gomma abrasiva (ovviano l’inconveniente di lasciare tracce da abrasione grazie al supporto relativamente morbido), microscalpelli su cui si monteranno punte in vidia di circa 5 mm di diametro (adatti per la rimozione di depositi calcarei), vibroincisori, apparecchi che montano punte a scalpello o piatte con diametro di circa 2-3 mm (eliminano incrostazioni molto dure e coese come scialbi, stuccature cementizie ecc.).
La carta abrasiva fine (400-600 Mesh) o la pomice potranno essere impiegate in presenza di superfici piane o poco irregolari anche se, la bassa velocità di avanzamento che caratterizza questo sistema, implicherà tempi di lavoro troppo lunghi e, per questo, potrà essere applicato solo su porzioni limitate di materiale. In presenza di stuccature cementizie, o in casi analoghi, si potrà procedere alla loro asportazione ricorrendo all’uso di un mazzuolo e di uno scalpello (unghietto);  considerato l’impatto che potrà avere l’intervento sul materiale, si consiglia di effettuare l’operazione in maniera graduale in modo da poter avere sempre sotto controllo l’intervento.

6. PULITURA MEDIANTE IMPACCHI ASSORBENTI

Le argille assorbenti, come la sepiolite e l’attapulgite, sono dei silicati idrati di magnesio, mentre la polpa di cellulosa è una fibra organica ottenuta da cellulose naturali (disponibile in fibre di lunghezza variabile da 40 a 1000 m); mescolate insieme all’acqua, questo tipo di sostanze, sono in grado di formare una sorta di fango capace di esercitare, una volta a contatto con le superfici lapidee e opportunamente irrorato con acqua (o con sostanze chimiche), un’azione, di tipo fisico, di assorbimento di liquidi in rapporto al proprio peso.
La pulitura mediante impacchi assorbenti risulterà vantaggiosa oltre che per l’asportazione dei sali solubili per la rimozione, dalle superfici lapidee, di strati omogenei di composti idrosolubili o poco solubili (come croste nere poco spesse, intorno a 1 mm), macchie originate da sostanze di natura organica, strati biologici (batteri, licheni e algali) inoltre, saranno capaci di ridurre le macchie di ossidi di rame o di ferro.
Il vantaggio del loro utilizzo risiederà nella possibilità di evitare di applicare direttamente sulla superficie sostanze pulenti (in special modo quelle di natura chimica) che, in alcuni casi, potrebbero risultare troppo aggressive per il substrato.
La tipologia d’impacco dipenderà dal grado di persistenza e dalla solvenza dello sporco da rimuovere, anche se si dovrà tenere presente che gli impacchi non risulteranno particolarmente adatti per asportare croste spesse e, in caso di materiali porosi e/o poco coesi sarà opportuno, al fine di non rendere traumatica l’operazione d’asportazione, interporre sulla superficie carta giapponese o klinex.
Potrà essere conveniente, prima di applicare l’impacco operare lo “sgrassamento” e la rimozione d’eventuali incerature superficiali ricorrendo a dei solventi come acetone, cloruro di metilene ecc. e, dove risulterà possibile, effettuare un lavaggio con acqua (nebulizzata o atomizzata) in modo da asportare i depositi meno coerenti ed ammorbidire gli strati carboniosi più consistenti. In presenza di efflorescenze si dovrà provvedere alla loro asportazione meccanica tramite lavaggio con acqua deionizzata e spazzolino morbido prima di procedere con l’operazione.
6.1. Pulitura mediante impacchi assorbenti a base di acqua (estrazione sali solubili)
L’impacco acquoso consisterà nell’applicazione, direttamente sulla superficie, (preventivamente umidificata con acqua distillata o deionizzata) di argille assorbenti (sepiolite o attapulgite con granulometrie comprese tra i 100 e i 200 Mesh) o polpa di carta (fibra lunga 600-1000 m) previa messa in opera, dove si renderà necessario, di klinex o fogli di carta giapponese indispensabili per interventi su superfici porose e/o decoese.
La preparazione dell’impacco avverrà manualmente imbevendo con acqua deionizzata o distillata il materiale assorbente fino a che questo non assumerà una consistenza pastosa tale da consentire la sua applicazione, con l’ausilio di spatole, pennelli, o, più semplicemente con le stesse mani in spessori variabili a seconda delle specifiche dettate dalla D.L. (2-3 cm per le argille, 1 cm per la polpa di carta).
La permanenza dell’impacco sulla superficie sarà strettamente relazionata al caso specifico ma soprattutto farà riferimento alle indicazioni, dettate dalla D.L., basate su prove preventive effettuate su campioni (circa 10x10 cm). Il tempo di contatto (da pochi minuti a diverse ore) dipenderà alla concentrazione delle soluzioni impiegate (da 5% a 130%, alle soluzioni sature) dal tipo e dalla consistenza del degrado che dovrà essere rimosso.
La plasticità dell’impacco potrà essere migliorata aggiungendo all’acqua e all’argilla quantità variabili di attapulgite micronizzata. Gli impacchi dovranno essere eseguiti con temperature non inferiori a 10°C; se applicati durante un periodo caldo, o in presenza di vento, al fine di rallentare l’evaporazione del solvente, potranno essere protetti esternamente con strati di cotone o teli di garza imbevuti di acqua demineralizzata, coperti da fogli di polietilene muniti di un’apertura dalla quale verrà garantito l’inumidimento della superficie sottostante.
La rimozione della poltiglia potrà essere eseguita quando questa, una volta asciutta, formerà una crosta squamosa ed incoerente tale da distaccarsi dal supporto poiché non più aderente alla superficie.
I frammenti di pasta cadranno da soli o potranno essere rimossi con facilità aiutandosi con pennello o spatola.
Il supporto dovrà essere lavato con acqua demineralizzata, nebulizzata a bassa pressione in modo da riuscire ad asportare tutto il materiale assorbente aiutandosi, se necessario, anche con spazzole e pennelli di setola di nylon morbidi.
Sia l’attapulgite che la sepiolite saranno in grado di assorbire una grande quantità di liquidi in rapporto al loro peso (un kg di attapulgite è in grado di assorbire 1,5 kg d’acqua senza rigonfiare); l’attapulgite riuscirà ad assorbire, oltre l’acqua, anche gli oli.
Le argille assorbenti, rispetto alla polpa di cellulosa, presenteranno l’inconveniente di sottrarre troppo rapidamente l’acqua dalle superfici trattate. In presenza di pietre molto porose potrà essere indicato ricorrere alla polpa di cellulosa (più facile da rimuovere rispetto alle argille).
6.2. Pulitura mediante impacchi assorbenti a base di sostanze chimiche
In presenza di sostanze patogene particolarmente persistenti (croste poco solubili) gli impacchi potranno essere additivati con dosi limitate di sostanze chimiche, in questo caso l’operazione dovrà essere portata a compimento da personale esperto che prima di estendere il procedimento a tutte le zone che necessiteranno dell’intervento, eseguirà delle limitate tassellature di prova utili a definire, con esattezza, i tempi di applicazione e valutare i relativi effetti.
Le sostanze chimiche, a base di solvente o di sospensioni ad azione solvente, con le quali si potranno additivare gli impacchi dovranno avere una limitata tossicità, bassa infiammabilità, adeguata velocità di evaporazione e una composizione pura.
Un solvente troppo volatile non riuscirà a soluzionare in tempo il deposito così come un solvente con alto punto d’evaporazione ristagnerà sulla superficie.
Si potrà ricorrere a prodotti basici o a sostanze detergenti quali saponi liquidi neutri non schiumosi diluiti nell’acqua di lavaggio.
Le sostanze a reazione alcalina più o meno forte (come l’ammoniaca, i bicarbonati di sodio e di ammonio) saranno utilizzate soprattutto per saponificare ed eliminare le sostanze grasse delle croste a legante organico e, in soluzione concentrata, saranno in grado di attaccare incrostazioni scure spesse e scarsamente idrosolubili.
I detergenti saranno in grado di diminuire la tensione superficiale dell’acqua incrementandone, in questo modo, l’azione pulente; l’utilizzo dei detergenti consentirà di stemperare le sostanze organiche (oli e grassi), di tenere in sospensione le particelle di depositi inorganici non solubilizzati o disgregati, di compiere un’azione battericida presentando il vantaggio di poter essere asportati insieme allo sporco senza lasciare alcun residuo.
Per asportare croste nere di piccolo spessore (1-2 mm) uno dei formulati che, se non diversamente indicato dalla D.L., potrà essere utilizzato si comporrà di:
- 1000 cc di acqua deionizzata
- 50 g di carbossimetilcellulosa (serve per dare consistenza tissotropica all’impasto)
- 30 g di bicarbonato di sodio (NaHCO3)
- 50-100 g di EDTA (sale bisodico).
Il tempo di contatto potrà variare secondo i casi specifici nel caso in cui la D.L. riterrà opportuno prolungarlo nel tempo (sulla base di prove preventive su tasselli di materiale campione), si dovrà provvedere alla copertura dell’area interessata con fogli di polietilene in modo da impedire l’evaporazione dell’acqua presente nel composto.
Una volta rimosso il composto, si dovrà procedere alla pulitura con acqua deionizzata aiutata, se si riterrà necessario, con una leggera spazzolatura. L’EDTA bisodico è particolarmente efficace nella rimozione di patine di gesso, generate da solfatazioni e carbonato di calcio legati alla presenza di scialbi o ricarbonatazioni superficiali, grazie al pH debolmente acido (pH @ 5).
L’EDTA tetrasodico con il pH alcalino (pH @ 11) risulterà particolarmente efficace nella rimozione di patine composte da ossalato di calcio (prodotto da certi tipi di licheni o da ossidazione di eventuali materiali organici vari applicati in passato a scopo protettivo o decorativo e, in seguito, ossidati da batteri installatisi sulla superficie) che si concretizzano in patine di vario colore (giallo, rosa, bruno).
In alternativa si potrà utilizzare un impacco leggermente diverso denominato AB 57 composto nel seguente modo:
- 1000 cc di acqua deionizzata
- 60 g di carbossimetilcellulosa
- 50 g di bicarbonato di sodio (NaHCO3)
- 30 g di bicarbonato di ammonio (NH4HCO3)
- 25 g di EDTA (sale bisodico)
- 10 g di Neodesogen (sale di ammonio quaternario) al 10%

Rispettando la composizione si avrà una soluzione il cui pH sarà di circa 7,5 (sarà, in ogni caso, sufficiente che il pH non superi il valore di 8 al fine di evitare pericolosi fenomeni di corrosione dei calcarei e l’eventuale formazione di sotto prodotti dannosi); la quantità di EDTA potrà variare fino ad un massimo di 100-125 g alla miscelazione potranno essere aggiunte ammoniaca o tritanolammina allo scopo di migliorare la dissoluzione di componenti “grassi” presenti nella crosta.
Anche in questo caso ad operazione avvenuta si renderà indispensabile un lavaggio con acqua deionizzata accompagnato, se si riterrà necessario, da una blanda azione meccanica di spazzolatura.
Per la rimozione di ruggine dalle superfici lapidee il reagente utilizzato sarà diverso a seconda se si ritratterà di operare la pulitura su rocce calcaree o su rocce silicee; le macchie di ferro, su queste ultime, si potranno rimuovere mediante acido fosforico e fosfati, floruri o citrati mentre, sulle rocce calcaree, si potrà ricorrere a una soluzione satura di fosfato di ammonio (con pH portato a 6 per aggiunta di acido fosforico) facendo attenzione di limitare al minimo il tempo di contatto.
È buona norma, prima di applicare gli impacchi sgrassare la superficie da pulire e, al fine di limitare la diffusione del ferro all’interno del materiale, applicare i primi impacchi su di un’area doppiamente estesa rispetto a quella dell’intervento e, quelli successivi, limitandosi alla parte interessata dalla patologia.
6.2.1. Pulitura mediante impacchi assorbenti a base di Carbonato e Bicarbonato d’Ammonio
Il Carbonato e il Bicarbonato di Ammonio (veicolati nella maggior parte dei casi con impacchi di polpa di cellulosa) sono sali solubili in acqua, ai quali si potrà ricorrere in percentuali che varieranno da 5% a 100%, secondo i casi; potranno essere utilizzati sia da soli che in composti e, non di rado, a questa tipologia di impacchi si potranno aggiungere resine a scambio ionico con effetto solfante applicate in seguito a miscelazione con acqua demineralizzata in rapporto variabile, in base alla consistenza finale che si vorrà ottenere per effettuare il trattamento (i tempi di applicazione sono, anche in questo caso, da relazionarsi ad opportuni test preventivi).
Il Carbonato e il Bicarbonato di Ammonio decompongono spontaneamente originando prodotti volatili (di norma questi sali risulteranno attivi per un lasso di tempo di circa 4-5 ore), la liberazione di ammoniaca conferirà al trattamento proprietà detergenti, mentre l’alcalinità (maggiore per il Carbonato che per il Bicarbonato) consentirà una graduale gelificazione di materiale di accumulo e vecchie patine proteiche e lipidiche, consentendone la rimozione dalla superficie.
Questi sali eserciteranno, inoltre, un’azione desolfatante, riuscendo a trasformare il gesso, eventualmente presente sul supporto, in Solfato di Ammonio più solubile e facilmente asportabile con lavaggio acquoso.
Se il materiale da asportare presenterà un’elevata percentuale di gesso, la concentrazione in acqua del carbonato o bicarbonato dovrà essere di tipo saturo (circa il 15-20% di sale in acqua deionizzata) mentre, per gli altri casi, basterà raggiungere il pH necessario (9 per il carbonato, 8 per il bicarbonato) con soluzioni meno sature (5-7% in acqua deionizzata).
L’uso del Bicarbonato d’Ammonio (o di sodio) sarà sconsigliato nel caso di interventi su materiali particolarmente degradati, specie per i marmi (nei quali si può avere una facile corrosione intergranulare e decoesione dei grani di calcite superficiale) e i calcari sensibilmente porosi dove potrà incontrare difficoltà nel rimuovere i residui dell’impacco. In presenza di efflorescenze visibili sarà utile un’anticipata rimozione meccanica delle stesse, allo scopo di evitare la loro solubilizzazione e conseguente compenetrazione in seguito alla messa in opera dell’impacco.
Esempi di impasti: un impasto base per la rimozione di patine tenaci, fissativi o pitturazioni eseguite con colori più o meno resistenti sarà composto da: pasta di carta a fibra media-grossa (tipo Arbocell 200-600 m, metà della quantità di polpa di carta potrà essere sostituita con Sepiolite), carbonato di ammonio al 20-25% (soluzione satura e acqua deionizzata in rapporto 1:2), in alternativa si potrà utilizzare carbonato di ammonio in opportuna diluizione.
La validità dell’impacco dovrà, in ogni caso, essere testata preventivamente su tasselli-campione, indicativamente il tempo di contatto potrà variare tra i 10 e i 45 minuti.
La concentrazione della sostanza attiva non dovrà essere molto alta così da garantire all’impacco un’azione prolungata nel tempo e in profondità.
Per pitturazioni eseguite con colori poco resistenti o delicati potrà essere utilizzata polpa di cellulosa con fibre corte (0-40 m) o carbossimetilcellulosa (così da formare un impasto semitrasparente morbido e pennellabile) abbassando i tempi di applicazione (che potranno oscillare dai 5 ai 20 minuti) così da evitare che l’impacco agisca troppo in profondità ed eserciti solo azione pulente in superficie. In presenza di pigmenti deboli potrà essere necessario sostituire il carbonato con il bicarbonato di ammonio con l’eventuale riduzione delle concentrazioni e dei tempi di contatto (potranno essere sufficienti anche solo pochi minuti).
Specifiche sui materiali: le resine a scambio ionico sono copolimeri stirene funzionanti con gruppi acidi (resine a scambio cationico) o basici (resine a scambio anionico) in grado di “agganciare” le sostanze ioniche presenti nel substrato a cui vengono applicati.
Le resine a scambio cationico funzionano come agenti di pulitura nei confronti di scialbature e incrostazioni calcaree “sequestrando” ioni Calcio al supporto cui viene applicata in modo lento e delicato, garantendo, pertanto, un buon controllo del grado di pulitura.
Le resine a scambio anionico sono invece attive nei confronti di gesso e solfati su superfici lapidee e affreschi, l’Idrossido di Calcio che viene prodotto da questa reazione reagisce spontaneamente con l’anidride carbonica atmosferica convertendosi in Carbonato di Calcio con conseguente ricomposizione della tessitura carbonatica del substrato e azione consolidante riaggregante.
Le resine a scambio ionico vengono applicate in seguito a miscelazione con acqua demineralizzata in rapporto variabile a secondo della consistenza finale che si vuole ottenere per effettuare il trattamento.
I tempi d’applicazione, anche in questo caso vanno testati caso per caso.
Polpa di carta: ovverosia pasta di cellulosa di colore bianco, deresinata ricavata dal legno. Le fibre presentano un’elevata superficie specifica, ed un’altrettanto elevato effetto andensante, un comportamento pseudoplastico e una buona capacità di trattenere i liquidi, sono, inoltre, insolubili in acqua ed in solventi organici. Un kg di polpa di cellulosa sarà in rado di trattenere circa 3-4 l di acqua, minore sarà la dimensione della fibra (00, 40, 200, 600, 1000m) maggiore sarà la quantità di acqua che sarà in grado di trattenere.
Avvertenze: l’applicazione degli impacchi chimici dovrà essere fatta dal basso verso l’alto in modo da ovviare pericolosi ed incontrollabili fenomeni di ruscellamento e al fine di ogni applicazione si procederà all’asportazione di ogni traccia di sostanza chimica ricorrendo sia ad un accurato risciacquo manuale con acqua deionizzata sia, se indicato dalla scheda tecnica del prodotto, all’ausilio di apposite sostanze neutralizzatrici.
I vantaggi degli impacchi, indipendentemente dalla tipologia, risiedono nella loro non dannosità, nel basso costo (le argille sono riutilizzabili previo lavaggio in acqua) e nella facilità di messa in opera, non solo ma se si userà una miscela di polpa di carta più argille assorbenti (in rapporto 1:1) si potranno sfruttare le caratteristiche migliori di entrambe (l’impacco che ne deriverà dovrà presentarsi morbido e malleabile tale da permettere l’applicazione sulle zone interessate senza cadute di materiale o percolazione di liquido in eccesso sulle zone limitrofe), per contro gli svantaggi sono la lentezza dell’operazione e la loro relativa non controllabilità.
7. PULITURA MEDIANTE APPARECCHI AEROABRASIVI (SISTEMA JOS)
La pulitura mediante apparecchi aeroabrasivi potrà essere impiegata al fine di rimuovere dalle superfici lapidee particellato atmosferico, incrostazioni calcaree, croste nere, graffiti, alghe, muschi e licheni.
Un metodo di pulitura aeroabrasiva è il sistema Jos che, sfruttando una spirale di tipo elicoidale a bassissima pressione (0,1–1 bar) consentirà di operare interventi di pulitura, sia a secco (utilizzando aria e inerti di varia granulometria) che ad umido (impiegando aria, inerti e bassi quantitativi di acqua che variano da 5-60 l/h in base al tipo di ugello utilizzato e allo sporco da rimuovere).
Questo sistema potrà essere utilizzato per la pulitura di ogni tipo di pietra naturale, granito, arenarie, marmo e travertino.
La scelta degli inerti verrà fatta in base al tipo ed alla consistenza della sostanza patogena da asportare in ogni caso si tratterà sempre di sostanze neutre non tossiche con granulometria di pochi micron (da 5 a 300 mm) e con durezza che potrà variare da 1-4 Mohs utilizzati, talvolta, con spigoli arrotondati, così che si potranno ovviare fenomeni di microfratture, forti abrasioni o modificazioni delle alterazioni del materiale lapideo.
Tra gli inerti più adatti al caso troveremo: il carbonato di calcio, bianco di Spagna, gusci di noce, noccioli, polvere di vetro, granturco macinato, pula di riso.
Si procederà con la proiezione a vortice elicoidale degli inerti che colpiranno la superficie seguendo più angoli d’incidenza secondo direzioni subtangenziali.
La distanza che dovrà intercorrere tra l’elemento di immissione (ugello) e il materiale varierà normalmente tra i 35 cm e i 45 cm. Il sistema Jos eviterà l’insorgenza di un’azione abrasiva sul materiale, poiché la pressione dell’aria compressa diminuirà approssimativamente in proporzione al quadrato della distanza dall’ugello, mentre la rotazione rimarrà inalterata.
Per superfici molto porose, o molto deteriorate, sarà indicato il sistema Jos a secco applicato ad una distanza dal supporto di circa 40-45 cm con una pressione di impatto non superiore agli 1,5 bar; se dovranno essere pulite superfici di marmo, granito e travertino si utilizzerà carbonato di calcio come inerte (in grani da 300 mm di diametro emessi da una distanza di circa 30-40 cm con pressione dell’impianto pari a 2 bar in modo che, l’impatto sulla pietra, sia pari a 0,4-0,5 bar).
Il sistema Jos a umido sarà impiegato per la pulitura di superfici non eccessivamente porose, così da evitare l’insorgenza di fenomeni di degrado legati all’infiltrazione in profondità d’acqua.
Si utilizzerà acqua lievemente dura per la pulitura di calcarei teneri, acqua dolce sarà utilizzata per la pulitura di pietre silicee mentre, per rocce silicatiche e graniti, s’impiegherà acqua deionizzata. In ogni caso il consumo di acqua sarà in relazione al tipo e alle dimensioni dell’ugello utilizzato (per ogni 2 m2 di superficie pulita: ugello piccolo 1 l, ugello standard 6 l); occorrerà sempre procedere con estrema cautela e previa analisi delle caratteristiche intrinseche della pietra da trattare in modo da evitare interventi troppo aggressivi che potrebbero implicare sia l’erosione del materiale sia, un’eccessiva, quanto dannosa, impregnazione di acqua.
In alternativa al sistema Jos si potrà ricorrere al sistema Rotec caratterizzato da un mini vortice rotante. Particolarmente adatto per puliture di manufatti delicati (sculture, rilievi, ceramiche ecc.) potrà essere utilizzato a secco, a nebulizzazione (l’ugello erogherà 0,5 l/h di acqua) o a umido (l’ugello erogherà da 1 a 3 l/h di acqua). L’inerte e l’ugello sono, anche in questo caso come per il sistema Jos, regolabili (la pressione d’impatto sul materiale non supera i 0,2-0,4 bar).
8. PULITURA MEDIANTE SABBIATURA CONTROLLATA
La sabbiatura controllata prevederà, mediante l’impiego di macchine sabbiatrici, la rimozione di depositi spessi coerenti ed aderenti alla superficie ricorrendo a polveri abrasive sospese in un getto d’aria compressa diretto sulla superficie per mezzo di una lancia metallica.
Sarà opportuno evitare l’utilizzo di macchinari che non consentiranno una bassa pressione d’esercizio, in special modo su superfici particolarmente degradate.
I materiali lapidei sui quali si potrà applicare questo sistema di pulitura dovranno, infatti, presentare uno stato conservativo relativamente buono, dovranno essere sufficientemente compatti, così da poter resistere all’azione abrasiva.
La sabbiatura controllata potrà essere applicata su materiali di natura carbonatica e silicatica e, con le dovute precauzioni, in tutte quelle circostanze per le quali non sarà consentito ricorrere a tecniche che comportino l’impiego di acqua (ad esempio in presenza di murature particolarmente umide), per quanto concerne le pietre calcaree tenere sarà opportuno procedere con estrema cautela poiché l’intervento potrebbe alterare la natura del materiale, mentre si sconsiglierà la sabbiatura su pietre molto porose visto che, l’inerte impiegato, potrebbe ristagnare all’interno del materiale.
Al fine di garantire la riuscita dell’intervento, sarà opportuno effettuare analisi e prove su materiale campione in modo da calibrare bene i termini dell’operazione così da poter ovviare irreversibili inconvenienti come l’insorgenza di scalfitture, abrasioni sulla superficie o distacchi localizzati di materiale.
Le prove sul campione di materiale dovranno consentire di bilanciare tutti i fattori che incideranno sull’operazione come: la tipologia e la quantità del materiale abrasivo da impiegare, la pressione del getto, il tipo di ugello, la distanza che dovrà intercorrere tra ugello e superficie, rapporto aria-abrasivo ed i tempi di applicazione.
La sabbiatura dovrà evitare il coinvolgimento delle parti di materiale sane presenti sotto le incrostazioni.
L’inerte scelto dovrà essere una polvere chimicamente neutra (polveri vegetali o abrasivi minerali) di dimensioni ridotte e preferibilmente di forma arrotondata come ad esempio: frammenti minutissimi di noccioli di frutta (albicocca), sabbie di fiume setacciate, ossidi di alluminio, polveri finissime di silicati naturali ecc..
La granolumetria potrà variare tra i valori minimi di 10-25 mm e i valori massimi di 40-60 mm in relazione alla consistenza del materiale e al tipo di sporco da asportare.
Al fine di riuscire a non danneggiare la superficie durante le operazioni di sabbiatura sarà opportuno variare la granolumetria e tipologia dell’inerte (dimensione, forma e peso specifico) per fasi successive, soprattutto dopo l’asportazione dei depositi più consistenti prima di procedere alla finitura della superficie.
La pressione del getto non dovrà mai superare i 5 bar considerato che con tale forza di impatto sarà possibile asportare depositi di spessore variabile tra 1-2 mm.
L’operazione di sabbiatura dovrà comunque arrestarsi se durante l’intervento si riscontreranno: parti localizzate di materiali dove i depositi risulteranno particolarmente coesi tra loro, residui di trattamenti antichi e pellicole di ossalato. In ognuno di questi casi la pulitura si limiterà ad alleggerire i depositi e non ad asportarli, visto che una prolungata insistenza potrebbe provocare il distacco del materiale.
L’erogazione del getto dovrà avvenire in modo tale che l’operatore sia in grado, per tutta la durata dell’intervento, di orientare la lancia manualmente circoscrivendo così l’operazione alle sole aree interessate; l’operatore dovrà, inoltre, accertarsi che l’erogazione del flusso sia sempre costante e che l’ugello non si sia usurato.
Se la sabbiatura sarà eseguita in presenza di elevati tenori di umidità ambientale occorrerà tenere sotto stretto controllo l’apparecchiatura visto che i granuli di abrasivo potrebbero compattarsi ostruendo, in questo modo, l’ugello; per ovviare tale inconveniente potrebbe risultare utile dotare l’apparecchiatura di un apposito deumidificatore.
La sabbiatura controllata non è adatta per la pulitura di parti delicate e minute come modanature, apparati decorativi o cornici per le quali può essere più appropriato procedere con una microsabbiatura puntuale.
Sarà opportuno, pertanto, schermare mediante idonee protezioni (ad esempio fogli di polietilene) le parti che non dovranno “subire” tale trattamento e prevedere prima di iniziare l’intervento di sabbiatura, la raccolta del materiale abrasivo di risulta.
9. PULITURA A SECCO CON SPUGNE WISHAB
Questo tipo di pulitura, potrà essere eseguita su superfici perfettamente asciutte e non friabili, sarà utilizzata per asportare depositi superficiali relativamente coerenti ed aderenti alla superficie d’apparecchi in pietra, soffitti lignei, affreschi, pitture murali, carte da parati ecc. mediante l’utilizzo di particolari spugne costituite da due parti: una massa di consistenza più o meno morbida e spugnosa (secondo del tipo prescelto), di colore giallo, supportata da una base rigida di colore blu.
L’utilizzo di queste spugne consentirà di asportare, oltre ai normali depositi di polvere, il nero di fumo causato da candele d’altari e da incensi mentre non saranno particolarmente adatte per rimuovere un tipo di sporco persistente (ad es., croste nere) e sostanze penetrate troppo in profondità.
La massa spugnosa è esente da ogni tipo di sostanza dannosa, presenta un pH neutro e contiene saktis (sorta di linosina), lattice sintetico, olio minerale, prodotti chimici vulcanizzati e gelificanti legati chimicamente.
L’intervento di pulitura risulterà estremamente semplice: esercitando una leggera pressione (tale da produrre granuli di impurità) si strofinerà la superficie da trattare (con passate omogenee a pressione costante) con la spugna seguendo sempre la stessa direzione dall’alto verso il basso, partendo dalle aree più chiare passando, successivamente, a quelle più scure; in questo modo lo sporco e la polvere si legheranno alle particelle di spugna che si sbriciolerà con il procedere dell’operazione senza lasciare rigature, aloni o sbavature di sporco (grazie alla continua formazione di granuli si avrà anche l’auto pulitura della spugna).
In presenza di sporco superficiale particolarmente ostinato l’intervento potrà essere ripetuto; a pulitura ultimata si procederà con la spazzolatura, mediante scopinetti in saggina o pennelli e spazzole di nylon a setola morbida, in modo da eliminare i residui del materiale spugnoso.
Avvertenze: in caso di pulitura di superfici dipinte, al fine di evitare l’asportazione del pigmento polveroso e disgregato oppure di quelli più deboli (azzurri, verdi, tinte scure) sarà consigliabile operare, prima della procedura di pulitura, un sistematico intervento di preconsolidamento.
10. MACROFLORA
Appartengono alla macroflora tutti quegli organismi microscopicamente visibili (alghe, muschi, licheni, vegetazione superiore ecc.) il cui sviluppo, sulle superfici lapidee, è favorito dalla presenza di dissesti dell’apparecchio come lesioni, cavità, interstizi ecc. all’interno dei quali si può accumulare dell’humus (formato da depositi composti da particellato atmosferico e da organismi morti); sul quale, i depositi di spore trasportate dal vento agevolano la riproduzione di alghe muschi e licheni; le alghe provocano sulla superficie un’azione meccanica corrosiva agevolando l’impianto d’ulteriori micro e macrorganismi; i licheni creano fenomeni di copertura, fratturazione, decoesione e corrosione; i muschi coprono la superficie e, penetrati in profondità, svolgono un’azione meccanica di disgregazione.
La comparsa d’alghe muschi e licheni, implica la presenza di un elevato tasso d’umidità e ne incrementa ulteriormente la persistenza agevolando l’accumulo e il ristagno delle acque.
Per quanto concerne la vegetazione superiore l’azione distruttiva operata dalle radici radicatesi all’interno delle discontinuità può comportare dei danni meccanici che portano, in molti casi, alla caduta del materiale.
10.1. Generalità
Prima di procedere con le operazioni diserbanti, in special modo quelle indirizzate alle piante infestanti, è opportuno:
- identificare il tipo di vegetazione (erbacea o arbustiva) e la specie di pianta così da poter capire quanto profonde e resistenti potranno essere le loro radici,
- prevedere i danni che le operazioni meccaniche di asportazione delle radici e dei semi penetrati in profondità potrebbero recare alla struttura muraria,
- definire la reale possibilità d’intervento sulle diverse specie presenti e soprattutto accertare se esistono le circostanze per cui poter operare su tutta la superficie invasa.

Nel caso si decida di ricorrere all’utilizzo di biocidi, la scelta dovrà essere fatta in riferimento al compito specifico che dovranno assolvere, in base a questo si distingueranno:
- prodotti indicati ad estirpare piante a foglia larga da quelli per piante a foglia stretta,
- prodotti da assorbimento fogliare da quelli ad assorbimento radicale,
- prodotti circoscritti contro la vegetazione erbacea da quelli arbusticidi,
- prodotti come erbicidi “di contatto” (agiscono sugli apparati vegetativi delle specie già sviluppate) dagli erbicidi “residuali” (penetrano anche nel terreno garantendo un’azione prolungata nel tempo).
I biocidi impegnati dovranno, inoltre, indipendentemente dal tipo selezionato, presentare le seguenti caratteristiche:
- essere incolori o trasparenti con principi attivi poco solubili in acqua,
- presentare un basso grado di tossicità,
- essere degradabili nel tempo,
- non provocare azione fisica o chimica nei riguardi delle strutture murarie,
- dopo l’applicazione non persistere sulla superficie trattata lasciando residui di inerti stabili per questo si dovranno evitare sostanze oleose o colorate.

Indipendentemente dal tipo di prodotto chimico selezionato l’applicazione potrà avvenire per:
- irrorazione, previa diluizione (normalmente 0,1-1%) del biocidi in acqua e la conseguente applicazione sulla vegetazione. Si può applicare sia su piante erbacee sia su arboree; l’irrorazione avverrà utilizzando annaffiatoi dotati di pompe manuali (da evitare pompe a pressione) o più specifici nebulizzatori;
- iniezioni, di soluzioni acquose di biocidi (diluizione 1:10), direttamente nei canali conduttori della pianta; tecnica che si attua previo taglio della pianta all’altezza del colletto radicale, particolarmente adatta per piante lignificate di una certa consistenza.
L’iniezione eviterà la dispersione della soluzione al di fuori dell’area del trattamento evitando in questo modo possibili fenomeni d’interferenza con il materiale lapideo;
- impacchi applicati al colletto della radice appena tagliato particolarmente indicati contro le piante lignificate realizzati con argille impregnate di biocida.
L’uso dei biocidi dovrà essere fatto con la massima attenzione e cautela da parte dell’operatore che, durante l’applicazione, dovrà ricorrere ai dispositivi di protezione personale, come guanti ed occhiali, ed osservare le norme generali di prevenzione degli infortuni relativi all’utilizzo di prodotti chimici velenosi.

10.1.1. Diserbo da piante superiori

Lo scopo della pulitura sarà di asportare, dai materiali lapidei, vegetazione erbacea, arbustiva ed arborea.
L’asportazione dovrà essere preferibilmente eseguita nel periodo invernale e potrà essere fatta sia meccanicamente, mediante il taglio a raso con l’ausilio di mezzi a bassa emissione di vibrazioni (seghe elettriche, seghe manuali, forbici, asce, accette ecc.), sia ricorrendo all’uso di disinfestanti liquidi selezionati seguendo le indicazioni riportate nell’articolo sulle generalità.
Le due operazioni potranno coesistere nei casi in cui l’asportazione meccanica non risulterà risolutiva.
Si potrà ricorrere all’uso dei biocidi quando l’asportazione diretta delle piante (vive e con radice profonde) risulterà eccessivamente lesiva per il substrato e in situazioni d’abbandono prolungato dove le piante crescono, solitamente, rigogliose.
L’uso dei biocidi non dovrà essere fatto nei periodi di pioggia, di forte vento o eccessivo surriscaldamento delle superfici allo scopo di evitare la dispersione o l’asportazione stessa del prodotto.
Tra i biocidi indicati ad estirpare organismi macrovegetali ci sono anche i composti neutri della triazina, a bassa solubilità in acqua, e i derivati dell’urea che presentando una scarsissima mobilità nel terreno, consentiranno di ridurre i pericoli d’inquinamento delle aree limitrofe circoscrivendo l’intervento alle sole zone interessate; la clorotriazina (per assorbimento radicale) risulterà efficacie per applicazioni al suolo, su piante a foglia larga e a foglia stretta, la metossitriazina potrà essere utilizzata anche sulle murature.
La verifica dell’efficacia dei biocidi, indispensabile per procedere all’estirpazione della radice, avverrà dopo 30-60 giorni dalla loro applicazione.
L’applicazione del prodotto sulla vegetazione potrà essere realizzata seguendo le metodologie (irrorazione, iniezione ed impacco) che la D.L. riterrà più consone al caso specifico.
L’operazione terminerà con un accurato lavaggio delle superfici con acqua pulita a pressione moderata, così da garantire l’eliminazione di ogni traccia residua di biocida.

10.1.2. Disinfestazione da alghe muschi e licheni

Alghe, muschi e licheni crescono su substrati argillosi depositatesi sulle pietre e su queste si manifestano tramite delle escrescenze più o meno aderenti e spesse; la loro asportazione potrà essere, sia meccanica (che difficilmente risulterà completamente risolutiva) mediante l’ausilio di spazzole rigide, bisturi, spatole ecc. facendo attenzione a non intaccare la superficie, sia con biocidi.
Se i licheni risulteranno molto spessi e tenaci la rimozione meccanica sarà preceduta dall’applicazione sulla superficie di una soluzione di ammoniaca diluita in acqua al 5% al fine di ammorbidire la patologia e facilitarne l’asportazione.
L’uso dei biocidi potrà essere in alternativa o in correlazione alla rimozione meccanica utilizzandoli, sia nello specifico della patologia da rimuovere sia a vasto raggio d’azione; l’applicazione potrà essere fatta a spruzzo, a pennello o ad impacco in relazione alle caratteristiche del prodotto prescelto.
Un’efficace risoluzione per l’asportazione di alghe, muschi e licheni prevederà l’utilizzo di biocidi ad azione immediata quali: acqua ossigenata 120 volumi (l’operazione dovrà essere ripetuta a distanza di 24 ore fino alla totale “bruciatura” degli organismi vegetali), formaldeide in soluzione acquosa 0,1-1% ed ossido di etilene (ETO) al 10% in miscela gassosa di aria ed anidride carbonica; trascorso un tempo variabile tra i 5-15 giorni dall’ultimo trattamento biocida si procederà all’asportazione delle patine biologiche e depositi humiferi (i quali si manifesteranno fragili, ingialliti, secchi e/o polverulenti) mediante spazzolatura con spazzole di saggina. Inoltre, nello specifico, possiamo ricorrere a biocidi come alghicidi e lichenicidi; gli alghicidi comprendono prodotti tra i quali derivati del fenolo, sali di ammonio quaternario, composti organo metallici ecc. utilizzati sotto forma di soluzione o dispersioni acquose (in concentrazione tra 1% e il 10%); i lichenicidi comprendono i sali di ammonio quaternario e gli enzimi proteolitici, questi biocidi sono solubili in acqua e applicati in soluzioni acquose debolmente concentrate (1-3%).
Dopo l’applicazione del biocida, si dovrà eseguire un ripetuto lavaggio della superficie con acqua pulita e, con l‘eventuale utilizzo d’idropulitrice (regolando la pressione in relazione alla consistenza del supporto) così da garantire la rimozione completa del prodotto.
L’uso del biocida dovrà implicare tutte le precauzioni illustrate sia nell’articolo sulle generalità sia in quello inerente il diserbo da piante superiori.

11. MICROFLORA
La microflora è costituita da batteri e funghi; il loro sviluppo è favorito da condizioni al contorno caratterizzate da elevata umidità relativa e/o dalla presenza ristagnante d’acqua all’interno del materiale lapideo condizioni aggravate, in molti casi, anche da una limitata circolazione d’aria.
Questi microrganismi possono indurre sulla superficie un degrado di natura meccanica e/o chimica. I funghi possono, infatti, rivelarsi nocivi penetrando, con le appendici filiformi, all’interno delle fessure presenti nel manufatto sollecitando meccanicamente la struttura, incrementando la decoesione del materiale.
La loro presenza sulle superfici lapidee si manifesta tramite macchie, efflorescenze di sali solubili e patine di ossalati, patologie che, inevitabilmente, ne alterano l’aspetto estetico. È opportuno ricordare che, l’asportazione della microflora non potrà essere considerata definitiva se, preventivamente, non sono state eliminate le cause al contorno che ne favoriscono la crescita.
11.1. Generalità
Le sostanze biocide utilizzate per la rimozione della microflora dovranno rispondere a delle specifiche esigenze tra le quali:
- non dovranno risultare tossiche per l’uomo e per gli animali,
- dovranno essere biodegradabili nel tempo,
- non dovranno provocare azione fisica o chimica nei riguardi delle strutture murarie,
- dopo l’applicazione non dovranno persistere sulla superficie trattata lasciando residui di inerti stabili per questo si dovranno evitare sostanze oleose o colorate.
L’uso dei biocidi dovrà essere fatto con la massima attenzione e cautela da parte dell’operatore che, durante l’applicazione, dovrà ricorrere ai dispositivi di protezione personale, come guanti ed occhiali, ed osservare le norme generali di prevenzione degli infortuni relativi all’utilizzo di prodotti chimici velenosi.

11.1.1. Rimozione della microflora
La rimozione della patina biologica potrà essere fatta tramite pulitura manuale (bisturi, spazzole ecc.), meccanica (di microsabbiatura) o mediante l’uso di biocidi.
L’efficacia dei sistemi d’asportazione manuale potrà risultare limitata poiché non risulteranno sempre in grado di rimuovere completamente la patologia così come la sabbiatura potrà risultare lesiva per il substrato del materiale.
Le sostanze biocide utilizzate dovranno essere applicate seguendo le indicazioni dettate nello specifico dal prodotto utilizzato e si dovranno relazionare alla natura del materiale lapideo allo scopo di evitare il danneggiamento del substrato e alterarne lo stato conservativo, in molti casi, precario.
Le sostanze biocide in relazione al tipo d’organismi che saranno in grado di rimuovere, si distingueranno in battericidi e fungicidi; la loro applicazione potrà essere fatta a pennello, a spruzzo o tramite impacchi.
In presenza di materiali molto porosi sarà preferibile applicare il biocida mediante impacchi o a pennello che favoriscono la maggior penetrazione del prodotto e ne prolungano l’azione (per il timolo e la formaledeide si può ricorrere anche alla vaporizzazione, poiché si tratta di sostanze attive sotto forma di vapore); o a trattamento a spruzzo (applicato con le dovute precauzioni e protezioni da parte dell’operatore) che sarà particolarmente indicato in presenza di materiali fragili e decoesi.
Gli interventi saranno ripetuti per un numero di volte sufficiente a debellare la crescita della patologia.
Dopo l’applicazione della sostanza biocida si procederà all’asportazione manuale della patina; l’operazione verrà ultimata da una serie di lavaggi ripetuti con acqua deionizzata, in modo da eliminare ogni possibile residuo di sostanza sul materiale. In presenza di patine spesse ed aderenti, prima dell’applicazione del biocida, si eseguirà una parziale rimozione meccanica (mediante l’uso di pennelli dotati di setole rigide) della biomassa.
(Stefania Franceschi - Leonardo Germani)
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