edilizia storica

Comuni e Restauro architettonico: procedure e materiali per il restauro delle facciate
Il caso della “città murata” di San Giovanni Valdarno

La necessità di redigere una guida pratica al restauro di facciata dei fronti esterni presenti all’interno della città murata di San Giovanni Valdarno 1, nasce dalla volontà di definire un indirizzo pubblico per la salvaguardia materia dell’immagine dell’ambiente storico costruito, dal momento che l’aspetto esterno degli edifici travalica l’interesse privato, essendo, di fatto, di godimento pubblico.

L’elaborazione di un codice di pratica trova i suoi presupposti proprio nella necessità di dover salvaguardare e tutelare la scena urbana dell’ambiente storico costruito poiché, è nostra convinzione che qualsiasi intervento che gravi sulla grammatica architettonica del fronte esterno non deve implicare cambiamenti ed alterazioni tali da compromettere il valore storico, architettonico, tipologico o documentario.

I singoli manufatti architettonici, come del resto i singoli elementi decorativi, tecnologici e di corredo, devono essere necessariamente messi in relazione con il contesto storico nella sua totalità per cui, anche i relativi interventi si devono coordinare ad una logica puramente conservativa di ciò che sino a noi è pervenuto.

La guida pratica al restauro di facciata vuole costituire uno strumento, un indirizzo di metodo atto a disciplinare e guidare la tipologia e la qualità degli interventi restaurativi sui fronti esterni; in definitiva vuole proteggere la qualità materica delle superfici storiche giunte sino a noi, patrimonio culturale indiscusso di tutti.

La definizione di un simile strumento trova i suoi presupposti nell’analisi e nell’indagine dell’attuale stato conservativo di ogni singolo manufatto presente nel centro antico i San Giovanni Valdarno 2.

Le superfici oggetto di studio sono quelle che si affacciano sui percorsi che contraddistinguono l’impianto storico della città murata ovvero, sette vie longitudinali (Corso Italia, via Giuseppe Mazzini, via Giuseppe Garibaldi, via Della Madonna, via Giovanni da San Giovanni, via Alberti, via San Lorenzo) e cinque vie trasversali (via Cesare Battisti, via Rosai, piazza Cavour, via XX Settembre e via Oberdan).

DegradiL’elaborazione della guida pratica al restauro di facciata ha inizio con lo studio dello stato di conservazione dei fronti; analisi che si è articolata nel tempo attraverso numerosi sopralluoghi che hanno permesso di: monitorare l’evoluzione delle alterazioni materiche individuare le patologie di degrado ricorrenti e le relative cause che le hanno generate.

I risultati di tale indagine si sono tradotti in elaborati grafici che, per ogni singola strada indagata, sono in grado di segnalare lo stato conservativo delle superfici esterne codificandolo attraverso dei simboli che indicano i diversi degradi riscontrati.

 

Di conseguenza, le procedure conservative redatte si relazionano alle esigenze rilevate dall’analisi dello stato di fatto e per questo sono state selezionate e compilate con la prerogativa di conservare la materia originaria laddove sia ancora presente.

Nei casi in cui ciò non risulti possibile le procedure proposte sono state definite in stretta relazione alla specifica natura dei materiali di cui si compongono i fronti esterni della città antica di San Giovanni Valdarno poiché coscienti che, l’incompatibilità materica tra la preesistenza e le aggiunte è tra le principali cause di degrado.

 

FacciataL’analisi compiuta sul costruito storico di San Giovanni Valdarno ha evidenziato proprio come, la principale causa di molti degradi sia proprio una incompatibilità materica tra le strutture datate e i nuovi materiali “aggiunti” durante recenti operazioni manutentive, dato di fatto comprovato dalla costante ricorrenza di alcune specifiche forme di degrado quali: distacco degli intonaci dalla muratura erosione degli strati tecnici di intonaci di recente applicazione rigonfiamento e distacco di pellicole pittoriche dal supporto.

Molti degradi rintracciati, infatti, sono causati più che dal deperimento del materiale dovuto al naturale invecchiamento, proprio da una incompatibilità materica per natura e tradizione costruttiva con la preesistenza.

La realtà dimostra come non sempre si sia tenuto conto delle possibili implicazioni che inevitabilmente insorgono quando si applicano tecnologie pensate per nuove costruzioni a manufatti antichi poiché, l’equilibrio che si instaura tra due elementi di natura diversa può subire delle variazioni tali, da avviare fenomeni degeneranti dannosi per la struttura.

FacciataL’introduzione di elementi nuovi estranei alla struttura diviene un’operazione estremamente delicata, in special modo quando si interviene su manufatti costruiti con tecniche antiche e materiali decisamente già invecchiati.
Il professionista incaricato di definire interventi di manutenzione su strutture di questo tipo dovrebbe essere cosciente delle implicazioni relative all’effettiva compatibilità dei diversi materiali utilizzati e, soprattutto, di come l’invecchiamento possa alterarne le caratteristiche peculiari.

Le procedure operative definite in questo specifico caso sono caratterizzate da tecnologie che, se pur rivedute e corrette in chiave contemporanea in relazione ai prodotti che il mercato propone di cui è possibile disporre, si rifanno proprio alle antiche tecniche manutentive.
Sintesi dei contenuti della guida pratica per il restauro di facciata
Superfici intonacate: preso atto che il rivestimento che contraddistingue le superfici esterne del luogo indagato è prevalentemente l’intonaco, gli interventi operati su intonaci tradizionali (solitamente a base di malta di calce) dovranno inevitabilmente agevolarne la conservazione, del carattere e della finitura originari, evitando per questo, operazioni di asportazione di ampie zone meritevoli di essere conservate, come testimonianza storica, cromatica e tecnologica.
Le integrazioni o i ripristini resi necessari da uno stato di conservazione avanzato, potranno essere compiuti con materiali, granulometrie e tecniche similari a quelle del rivestimento originario.

 FacciataAltresì opportuno è conservare i rivestimenti in intonaco di particolare valenza storica e tipologica per cui, in caso di distacchi parziali dal supporto murario dovranno essere attuati adeguati consolidamenti (mediante iniezione di miscele leganti) che ne garantiscano la conservazione.
Per i rifacimenti di superfici intonacate i materiali da utilizzare dovranno presentare sufficiente traspirabilità così da garantire l’evaporazione dell’umidità accumulata nella muratura; in line generale la malta più adatta è quella costituita da leganti tradizionali quali: grassello di calce aerea o calce idraulica naturale sabbia a grana media e fine a seconda dello strato di intonaco da stendere coccio pesto, pozzolana, polvere di marmo ed altri inerti comunque naturali.
Potranno essere utilizzati materiali premiscelati di produzione industriale purché rispondenti alle caratteristiche sopra descritte.
Elementi lapidei: il consolidamento di tipo corticale è indirizzato a tutti gli elementi lapidei, presenti sulle superfici esterne (come cornici di aperture porte e finestre - e in strutture porticate localizzate al piano terra), che presentano patologie di degrado quali ad esempio, scagliature, esfoliazioni, disgregazione del materiale, polverizzazioni ecc., sia in stato superficiale sia in stato avanzato (distacco notevole di materiale, precarie condizioni di stabilità degli elementi lapidei ecc.). I materiali usati per realizzare tale operazione dovranno rispondere ai seguenti requisiti:
1.    migliorare le proprietà meccaniche degli strati superficiali del materiale
lapideo ed ostacolare l’aggressione degli agenti patogeni
2.    penetrabilità ovverosia capacità di impregnare il materiale lapideo in profondità al fine di evitare la formazione di uno strato superficiale resistente sovrapposto ad uno degradato
3.    compatibilità con la natura del materiale  per modulo di elasticità e di dilatazione termica così da non provocare danni indotti (diretti od indiretti) alla struttura
4.    ovviare alla formazione di prodotti dannosi per la conservazione della pietra, né comportare alcuna apprezzabile alterazione del suo aspetto esteriore
5.    non saturare completamente i pori così da non alterare i valori di permeabilità al vapore propri del materiale.
I programmi di manutenzione, postumi all’intervento di conservazione, dovranno prevedere controlli periodici mirati alla verifica dell’effettiva validità delle operazioni di consolidamento in modo da poter realizzare il monitoraggio nel tempo e testarne il comportamento.

 

Al fine di ostacolare i processi di deteriorFacciataamento del materiale lapideo è consigliabile attuare un intervento di protezione (ad eccezione dei casi in cui la procedura o il materiale utilizzato per il consolidamento presenti anche proprietà idrorepellenti). I requisiti minimi da ricercare in un prodotto protettivo dovranno essere: inerzia chimica nei confronti del substrato lapideo buona stabilità nei riguardi degli agenti inquinanti l’atmosfera totale assenza di sottoprodotti dannosi al substrato e buona stabilità alle radiazioni U.V. ottima idrorepellenza ovverosia bassa permeabilità all’acqua liquida o ad, eventuali, sostanze corrosive provenienti dall’esterno buona traspirabilità ovvero permeabilità al vapore acqueo così da mantenere costante i valori igrometrici delle strutture evitando pericolosi ristagni interni d’acqua minima variazione delle proprietà cromatiche della superficie su cui è applicato.

I prodotti adatti ad assolvere queste funzioni dovranno presentare, necessariamente, una buona compatibilità materica con il supporto così da avere comportamenti fisici-chimici similari mentre, per quanto concerne l’impatto visivo, le protezioni potranno essere concepite, sia come apporti totalmente trasparenti e neutri tali da consentire la totale leggibilità del supporto (sostanze principalmente di natura organica o a base di silicio), sia come, solitamente, usato in passato, degli strati la cui funzione di protezione (scialbature, velature, sagramature ecc.) nasconda in parte la superficie muraria.
La scelta di una delle due soluzioni a discapito dell’altra dovrà, necessariamente, essere connessa sia con le caratteristiche compositive e materiche del manufatto sia in riferimento a specifiche prescrizioni operative indotte da precedenti analisi.
Le superfici lapidee, inoltre, potranno essere trattate con sostanze chimiche analoghe a quelle impiegate per il consolidamento, stese a formare una barriera superficiale trasparente ed idrorepellente capace di impedire o limitare considerevolmente il contatto con sostanze patogene esterne, ma al contempo non eliminando la traspirabilità e la permeabilità al vapore acqueo.

FacciataLa durata limitata delle protezione nel tempo rende necessario l’inserimento nei programmi di manutenzione periodica, l’applicazione programmata nel tempo di cicli protettivi.
Superfici tinteggiate: è buona norma auspicare la massima conservazione di tutte le testimonianze cromatiche del supporto intonacato che si ricollegano alla tradizione storica, matericocromatica e tecnologica del luogo.
Le tinteggiature adatte al costruito storico utilizzate nella tradizione sono: la tinteggiatura stesa su intonaco fresco o semifresco molto densa con pennello largo, e la tinteggiatura alla calce stesa su intonaco asciutto sempre con pennello largo o, in alterativa, con apposita pompa spruzzatrice.
In alternativa potrà essere tollerata la tinteggiatura a base di silicati purché stesa a velatura e non coprente. Dovrà essere evitato: l’uso di pitture lavabili, anche se traspiranti tecniche che utilizzano materiali a consistenza plastica da stendere a spatola e di vernici al quarzo, o a base di resine epossidiche, poliuretaniche o acriliche in quanto non permeabili al vapore.
Le materie coloranti per le eventuali integrazioni pittoriche o per le nuove tinteggiature dovranno essere terre minerali naturali o, dietro attenta valutazione, ossidi di derivazione chimica, a condizione che siano stabili nel tempo e riconducibili alla gamma cromatica tradizionale dell’architettura locale.
L’applicazione di tecniche pittoriche che non appartengono alla tradizione dovrà essere consentito solo se conformi ai requisiti di buona resistenza all’acqua piovana buona adesione e compatibilità con il supporto elevata traspirabilità.
La ritinteggiatura della superficie, in ogni caso, dovrà avvenire previa verifica del reale stato di conservazione del supporto.

 

(Stefania Franceschi* e Leonardo Germani*)

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* Architetto professore a contratto presso la Facoltà di Architettura di Firenze affianca alla professione un’intensa e costante attività di ricerca e di studio sui temi del recupero edilizio e del restauro conservativo
Architetto professore a contratto presso la Facoltà di Architettura di Firenze  e di Genova concentra i suoi interessi verso le problematiche inerenti, la tutela, la valorizzazione e il restauro dei manufatti architettonici ed urbani e la conservazione delle tecniche costruttive tradizionali.
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1 La città toscana di San Giovanni fa parte del sistema di terrae novae fondate, a cavallo tra il XIII e il XIV secolo, dalla Repubblica fiorentina con l’intento di controllare il potere dell’antica feudalità nei territori sotto il suo dominio. La “città murata” viene fondata nel 1296 su progetto di Arnolfo di Cambio; l’impianto è contraddistinto da una maglia ortogonale di vie longitudinali e trasversali e da un’ampia piazza in posizione centrale che accoglie il palazzo pretorio.
Il circuito murario che delimita la città, è di forma rettangolare  con torri angolari e con quattro porte poste agli estremi degli assi ortogonali.  La città diviene un caposaldo del nuovo sistema difensivo a scala territoriale e, al contempo, terreno di sperimentazione  delle teorie geometriche e agrimensorie relative alla progettazione dei nuovi centri che funzionano come centri di raccolta dei prodotti agricoli del contado circostante.

2 Intorno alla fine del 1970 il forte degrado dei manufatti siti all’interno della città murata rende necessario il recupero del centro antico. L’iniziativa comporta il radicale e sistematico risanamento delle unità abitative in riferimento a omogenei criteri di intervento; l’obiettivo prefisso è quello di “rianimare” il centro antico trattenendovi gli antichi abitanti.
Gli edifici monumentali vengono sottoposti a interventi di restauro conservativo e le strade ripavimentate in pietra. Nel giugno 1975 la Giunta Regionale Toscana sceglie San Giovanni Valdarno come uno dei quattro centri pilota in cui sperimentare metodologie di recupero del patrimonio edilizio storico; nel gennaio 1977 viene approvato il primo piano urbanistico del centro antico, con caratteristiche fortemente innovative nelle forme e nelle procedure di attuazione. Il piano di recupero concepisce la “città murata” come un’entità unica da salvaguardare, nella sua totalità, dal punto di vista urbanistico, sociale, economico e culturale. Il processo che ha innescato il suddetto piano si è sviluppato con continuità nel decennio 1979/1989, periodo nel quale sono stati realizzati numerosi interventi, diffusi in tutto il tessuto edilizio.