ediliziaCentri storici: i manuali del recupero

Una metodologia operativa per il restauro

Se il patrimonio dei centri storici non è solo un’eredità che riceviamo da chi ci ha preceduto, ma anche un “prestito dai nostri figli”, è opportuno che si restituisca tale oggetto di prestito rammendato né con il filo rosso contrastante, né con un punto di cucitura estroso, ma con il ripristino della trama dell’ordito.

 In questa metafora è contenuto gran parte del senso di un Manuale del Recupero.

Il tessuto edilizio dei centri storici, nonché gli ambienti provvisti di una monumentalità insita o acquisita, è opportuno che non vengano interpretati come sommatoria di entità separate dal vuoto, o dal nulla; ma come un tutto pieno, continuo, pieno e vuoto, come in un brano di Cage, nel quale anche il silenzio ha peso, quanto il pieno.  

In questa più fluida condizione conoscitiva il rapporto con il documento, o con il monumento, non guardano più solo al passato, rispetto al quale l’uno e l’altro si limitino ad essere strumenti per la memoria o per la nostalgia.  

Il tempo dei centri storici occorre spostarlo dal passato al presente, con assunzione di responsabilità nei confronti del futuro. Perciò il primo dovere di chi opera nella conservazione, la quale secondo metafora dovrà impegnarsi nella realizzazione di rammendi, sarà quello di conoscere al meglio la trama dell’ordito, in modo da determinarla e reintegrarla.

Senza pretendere di accogliere il rammendo come un’occasione per esibire il proprio presente nei confronti della fragilità del passato.

È opportuno perciò evitare la progettazione di architetture di cristallo tra le povere pietre dei centri storici e angolazioni ardite concepite per esibire lo strapotere della moderna tecnologia.

Più di una generazione di progettisti ha vissuto di rendita contrapponendo la supponenza e la gratuità del proprio gesto alla continuità del preesistente.

Senza grande fatica è bastata ad essi una contrapposizione del nulla o del poco alla continuità del preesistente, e alla ricchezza materica e semantica di esso.

Trascorsa ancora una generazione, o poco più, dei risultati di tali facili contrapposizioni rimane per lo più solo la discontinuità determinata, e la ferita inferta, e l’ingiustificato ingombro; che nella maggior parte dei casi si vorrebbe per giunta veder sparire alla svelta, per recuperare una continuità e un’omogeneità rese non più percepibili in base alla tracotanza della sovrapposizione.

È così del resto nella buona prassi della riammagliatura di un tessuto, nella quale sarebbe troppo facile e gratuito, nonché fonte di pentimenti, stupire con un rammendo bizzarro, ottenuto utilizzando un filo dissonante, vistoso, magari di colore rosso su un tessuto chiaro.

Troppo facile stupire, ed attirare l’attenzione sull’operatore, sull’azione del rammendo, utilizzando strumenti per contrasto, distogliendo lo sguardo dalla qualità del tessuto e dalla trama originaria dell’ordito.

La ricerca predisposta in questo Manuale del Recupero dedicato all’Abruzzo scommette nella direzione di interventi di ricucitura, verso la pratica della riammagliatura e del rammendo, tesi a ristabilire condizione di continuità. Occorre a tali fini conoscere bene il modo di realizzare l’ordito, passando per l’utilizzazione di un filo quanto più possibile omogeneo per colore, dimensione e qualità rispetto ai caratteri del tessuto.

È probabile che una popolazione di architetti tesa ad imitare il comportamento delle star dell’architettura, possa non esaltarsi all’idea di procedere a rammendi invisibili; laddove risulta così facile, con poco impegno e anche con capacità limitata, raccogliere visibilità e risultare noti. Proprio qui nasce il meccanismo che porta a pessimi restauri, a una pessima conservazione, ad una pessima architettura.

Un rammendo invisibile porta nel caso migliore al consenso degli abitanti del centro storico, poche centinaia di persone.

L’intervento con il filo rosso su un tessuto d’altro colore porta invece ad una fotogenia di grande effetto su riviste specializzate e non.

Migliaia e migliaia di lettori osservano le foto della ricucitura ottenuta con filo a contrasto; la quale non avrebbe alcun ruolo nel diffondere il nome dell’architetto qualora il rammendo fosse invisibile. In realtà milioni di visitatori transitano per Bilbao, in una moltiplicazione di fama e di incarichi.

Poco importa se, in mancanza di un incarico di grande risalto internazionale, si comincia col deturpare con una scala elicoidale in cemento le mura urbane di Termoli; o con ingressi “blindati” al parcheggio sotterraneo si inquina il centro storico di Sulmona.

Per il progettista medio è già molto che il pubblico si stupisca a seguito delle suddette intrusioni e che qualcuno s’indigni; procedendo con l’approvazione di coloro che temono di apparire provinciali o poco rigorosi, per i quali il moderno deve esprimersi in piena libertà, lasciando in risalto la differenza tra linguaggio antico e linguaggio moderno.

Al contrario è proprio il distacco tra antico e cosiddetto moderno che il Manuale aspira a colmare. In effetti il Manuale presente non si limita ad un approfondimento delle qualità del costruire storico, come è per altri studi analoghi, per poi destinarle alla mercé di un improduttivo contrasto con il moderno. 

Il Manuale del recupero d’Abruzzo intende riproporre la lingua dell’architettura tradizionale prima che essa decada definitivamente nel ruolo di lingua morta.

Architettura tradizionale come possibilità di lingua altrettanto moderna, invece, da reimpiegare con piena consapevolezza nel recupero della continuità del tessuto edilizio. 

Di qui, dall’asserzione della possibilità di continuare a parlare la lingua del luogo, con la convinzione di poter considerare anch’essa moderna, nasce la necessità di studiarla nei caratteri più propri, destrutturandola secondo le proprie modalità costitutive, realizzative.

Se poi avviene di rendersi conto che nel cantiere contemporaneo difficilmente si troveranno figure professionali adatte ai compiti richiesti, secondo modalità non più conosciute, proprio allora comincerà a rafforzarsi la consapevolezza del ruolo delle schede del Manuale. 

Sarà capitato a qualcuno nella propria infanzia di accompagnare una mamma o una zia nell’ acquisto di cartamodelli, sagome pretagliate su carta leggera, preliminari al taglio di tessuti, nella confezione in proprio degli abiti. O in quello di trasferibili a caldo di disegni complessi, da riprodurre o completare con il cucito e con il ricamo.

Tutta la cultura tradizionale ha fondato il proprio fare sulla predisposizione di mediazioni, finalizzate ad un addestramento efficace anche di operatori talvolta inferiori ai compiti cui erano destinati. Tecniche come quelle dello spolvero o dei cartoni preparatori hanno sempre garantito la possibilità di trasferire il lavoro da una figura all’altra, con risultati per noi sorprendenti.
Anche nell’edilizia e nell’artigianato vari tipi di mediazioni consentivano a figure più incerte di intervenire nel processo realizzativo.

Tanto che si può affermare che proprio la manualistica fosse predisposta assai più per l’operatività delle figure di non autonoma professionalità che non per l’informazione generica delle persone colte.

Così da configurare l’esigenza di un Manuale di fogli sciolti da fissare sul banco di lavoro, che non di un volume da sfogliare in biblioteca di una lingua antica concepita per essere in determinati contesti utilizzata modernamente, non per stupire né per celebrare.

Le schede grafiche (La ricerca effettuata da 44 laurenandi, coordinati dagli architetti Maurizio Loi, Fabrizio Di Naccro, Vincenzo Russi, ha prodotto schede grafiche realizzate prevalentemente con sistemi di disegno automatico CAD)  indagano a questo fine l’espressione media, tralasciando sia i vertici qualitativi che le originalità improprie.

Strutture accessorie interneTale caratteristica del Manuale, d’essere rivolto non ai picchi dell’espressione architettonica, quanto di coprire piuttosto una diffusione ed una continuità del costruire nell’edificio e nell’insediamento urbano, non ha distolto da un approfondimento delle singole fasi realizzative condotto fino al dettaglio. Ciascuna scheda, una per pagina, reca l’indicazione del luogo e dell’indirizzo di rilevazione, con i disegni in scala adatti ad una approfondita definizione delle modalità costruttive.

La raccolta dei soggetti rilevati tiene conto dell’intero territorio regionale nella diversità delle province e dei contesti, analiticamente distinti e definiti.

In sintesi e sommariamente: tredici schede di approfondimento di modalità costruttive di strutture murarie, diciotto schede di coperture, venti schede di cornicioni, quarantotto schede di comignoli, dieci schede di solai in legno, undici schede di volte, undici schede di scale, dodici schede di pavimentazioni interne, quaranta schede di camini di vario tipo, nove schede di forni esterni, diciotto schede di balconi e di mensole, una scheda di piccionaia, nove schede di androni e atri, trentaquattro schede di corti e cortili scoperti, quattro schede di piazze, sette schede di rampe esterne, diciannove schede di strade, tre schede di giardini pensili, due schede di terrazzi, tre schede di gafi in legno, quindici schede di fontane di vario materiale, nove schede di passaggi urbani scoperti, quindici schede di lampioni, sedici schede di accessori in ferro di vario tipo, ventidue schede di case di terra, cinque schede di sistemi di prevenzione antisismica.

E ancora, nel secondo volume: sei schede di cornici in pietra per porte e finestre, ventidue schede di portali, quarantatré schede di finestre, nove schede di portefinestre, ottantasei schede di portoni di vario tipo, ventisei schede di cancelli, novantasette schede di ringhiere, trentadue schede di grate, trentasei schede di roste, diciannove schede di varie ferramenta per portoni e finestre.

Finestre

Lo studio potrebbe concepirsi come un regalo della ricerca universitaria all’Abruzzo.
Qualche anno addietro l’Amministrazione regionale aveva manifestato una convinta esigenza che si predisponesse un prezioso strumento, quale appunto il Manuale del recupero d’Abruzzo, arrivando a concretizzarla nella legge 4 novembre 1997, n. 121.

Ma i meccanismi di collaborazione, nonostante solide premesse introduttive non erano ancora evidentemente sufficientemente rodati.

Fortunatamente non tutti i processi di ricerca, anche i più complessi, necessitano di consistenti mezzi finanziari per esprimere comunque un’adeguata qualità.

In taluni casi, ed il presente Manuale è per l’appunto di questi, è possibile supplire all’assenza degli ingenti mezzi, finalizzando con cognizione e metodo energie che sono in circolazione, le quali chiedono d’essere organizzate sul piano metodologico e su quello dei livelli di ricerca.

Il risultato è frutto del lavoro di un centinaio di persone avvicendatesi negli anni sotto la guida di un entusiasta gruppo di lavoro condotto da chi scrive.

L’auspicio è che l’organismo regionale recepisca il prodotto come un formidabile volano, quale è giusto che venga interpretato, rapportando il contributo alle esigenze dei centri storici e dell’ambiente, e che in risposta esso pungoli a sua volta la ricerca universitaria con stimoli e richieste per quanto essa può e sa dare.

Cosa potrebbe desiderare chi ha lavorato per alcuni anni a predisporre uno strumento che ha la potenzialità effettiva di sanare tante forme di degrado?

La risposta non può che essere la stessa valida per qualunque ricercatore: il desiderio non potrà che essere quello di agire sul campo.

Nella fattispecie d’avere a disposizione un lembo del territorio regionale per sperimentare nel concreto le potenzialità del Manuale.

Predisporre un protocollo applicativo di modalità secondo cui estendere nei diversi contesti le verifiche, anche al di là degli esiti qui comunicati.

Ma così ricco e pregnante è a mio avviso lo strumento, che non è azzardato configurare altri esiti comunque positivi, quand’anche l’Amministrazione dovesse tardare ad accogliere l’impulso fortemente operativo proveniente dall’Università.

Potrebbe avvenire in effetti che lo stimolo, predisposto da chi sa, quand’anche momentaneamente sottoutilizzato da chi deve, venisse raccolto comunque direttamente da chi fa.

Dagli imprenditori, o dai piccoli proprietari.

Dagli artigiani, da chi lavora il ferro, le murature, il legno, la ghisa, la pietra.

Dalle scuole di avviamento al lavoro, dagli ordini professionali, dalle cooperative.

Se il Manuale venisse smembrato in fogli, e questi inchiodati sul banco di lavoro, come guida operativa per i manufatti, il risultato della nostra ricerca sarebbe comunque più produttivo che non se rimanesse accantonato nelle biblioteche, a disposizione degli eruditi.

Del resto questa è la finalità che trapela tra le righe del Manuale e ancor più tra i grafici.

L’equilibrio nei centri abruzzesi e nell’ambiente si è mantenuto finché nelle mani degli individui è rimasta la chiave espressiva, e la lingua era diffusa e da tutti conosciuta.  L’equilibrio si è perso allorquando si è ritenuto di sostituire il dialetto della tradizione architettonica con i cascami di linguaggi estranei, inventati altrove dalle Avanguardie, e di poterli addomesticare con i veti comunicati mediante schemi colorati sulle mappe.

Occorre ripristinare le regole del gioco, riconnetterle alle prassi costruttive tradizionali, per renderle non solo comprensibili, ma anche governabili ed apprezzabili da ciascuno.

(Sandro Ranellucci )

 

Il Manuale d’Abruzzo con questa finalità è stato concepito.




 
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